Giovanni 1:5 La luce brilla nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

(5) E la luce brilla nelle tenebre.–La visione della luminosità è presente solo per un momento, e passa via prima della nera realtà della storia dell’umanità. La descrizione del Paradiso non occupa che pochi versi dell’Antico Testamento. L’oscurità esterna getta le sue tenebre su ogni pagina. Ma anche nel caos morale, Dio disse: “Sia la luce; e la luce fu”. La prima lotta della luce nelle e attraverso le tenebre fino a quando le tenebre la ricevettero, si ritirarono davanti ad essa, passarono in essa – la ripetuta comprensione della luce da parte delle tenebre, come all’alba di ogni mattina la notte passa al giorno, e la terra ora avvolta nell’oscurità è ora bagnata dalla chiara luce bianca di un sole orientale – questo ha la sua controparte nel mondo morale. Anche lì, il sole della giustizia ha brillato e continua a brillare; ma quando l’Apostolo guarda indietro alla storia del mondo precristiano, o, forse, guarda indietro al ministero terreno di Cristo stesso, cerca invano la vittoria della verità, i cuori delle nazioni o degli uomini, penetrati da parte a parte dalla luce del cielo, ed egli riassume il tutto in una triste negazione: “Le tenebre non lo compresero”. Eppure proprio in questa tristezza c’è una fede ferma e speranzosa. Il presente enfatico dichiara che la luce ancora, sempre, “brilla nelle tenebre”. Sono vere le parole del patriarca, del legislatore, del profeta, quando hanno seguito la voce che chiamava, o hanno ricevuto la legge di Dio per gli uomini, o hanno raccontato la parola che veniva loro da Lui; sono vere quelle di ogni poeta, pensatore, statista, che ha afferrato qualche verità più alta, o scacciato qualche dubbio in agguato, o insegnato a una nazione nobili azioni; Sono vere quelle di ogni evangelista, martire, filantropo, che ha portato la luce del vangelo al cuore degli uomini, che ha testimoniato nella vita o nella morte la sua verità, che ha mostrato la sua potenza in atti di misericordia e di amore; sono vere quelle del cristiano più umile che cerca di camminare nella luce, e dalla camera dei malati della casa più umile può far brillare una luce davanti agli uomini che li porta a glorificare il Padre che è nei cieli. La luce risplende sempre, a volte, in effetti, colorata mentre passa attraverso le diverse menti di uomini diversi, e ci incontra attraverso lo spazio che separa i continenti, e il tempo che separa le epoche, in tonalità molto diverse; ma queste tonalità passano l’una nell’altra, e nell’armonia di tutte è la pura luce della verità.

Non lo capì.

Il significato di questa parola differisce da quello reso “non lo sapeva” in Giovanni 1:10. Il pensiero qui è che le tenebre non si sono impadronite, non si sono appropriate della luce, in modo da diventare esse stesse luce; il pensiero lì è che gli individui non l’hanno riconosciuta. Comp. Note su Romani 9:30; 1Corinzi 9:24; Filippesi 3:12-13, dove ricorre la stessa parola greca. Vedi anche Efesini 3:18, che è l’unico passo del Nuovo Testamento, oltre al presente, dove la parola è resa con “comprendere.” Versetto 5. –
(3) L’antagonismo tra luce e tenebre. La più alta manifestazione e prova della seguente affermazione si troverà in quel grande ingresso del Logos Eterno nella vita umana che spargerà il più completo raggio di luce divina sugli uomini; ma prima di quel grande evento, durante il suo verificarsi, e da allora, cioè in tutti i tempi e nazioni, la luce brilla nelle tenebre. Molti espositori, come Godet, dopo lunghi tentennamenti e riflessioni, risolvono questa espressione in una distinta epitome dell’effetto dell’incarnazione, la più alta manifestazione della luce nella vita teantropica, ed esitano a vedere qualsiasi riferimento al brillare della luce sulle tenebre dell’umanità o del mondo pagano. Lo fanno con la motivazione che non c’è alcuna conferma o illustrazione di questa idea nel Vangelo di Giovanni. Tuttavia, si considerino i seguenti paralleli ed esposizioni di questo pensiero. Nostro Signore discrimina tra coloro che “odiano la luce” e “coloro che fanno la verità e vengono alla luce” (Giovanni 3:21). Egli si diletta in coloro che il Padre gli ha dato e che vengono a lui (Giovanni 6:37). Parla di “altre pecore che non sono di questo ovile, che ascoltano la sua voce” (Giovanni 10:16). Dice a Pilato che “chiunque è della verità ascolta la mia voce” (Giovanni 18:37). In un discorso solitario al Padre (Giovanni 17:6), dice: “Erano tuoi e tu li hai dati a me”. In tutti questi passaggi viene dato un abbondante accenno a un trattamento diretto delle anime antecedente o piuttosto indipendente dalla grazia speciale della manifestazione terrena di Cristo. Questo passo, finora, nell’ampio abbraccio del suo significato, afferma che la luce qui presa come l’effluenza della vita stessa, perpetuamente, per sempre, brilla (φαίνει, non; φωτίζει) – riversa il suo splendore per la sua propria necessità essenziale nelle “tenebre”. “Tenebre” e “luce” sono metafore per le condizioni morali. Sebbene ci sia una “luce degli uomini” che è il risultato dell’incontro della capacità dell’uomo con la rivelazione divina, tuttavia, per la maggior parte, c’è un terribile antagonismo, un terribile negativo, una vera e propria opposizione alla luce, un accecamento dell’occhio dell’anima al più chiaro raggio della saggezza celeste, della giustizia e della verità. La luce ha una battaglia da combattere, sia con le circostanze che con le facoltà degli uomini. L’antica luce che irruppe sull’infanzia dell’umanità, i fasci più luminosi che caddero sulle coscienze irradiate ed educate da mille ministeri, la luce che si concentrò nel Logos incarnato e si diffuse in tutto “l’ingresso della Parola divina” nel cuore degli uomini, hanno tutti e sempre questa solenne contingenza da incontrare – “La luce brilla nelle tenebre”. E le tenebre non l’hanno colta. Questa parola tradotta “colse” (κατέλαβε) ha, nel greco neotestamentario, senza dubbio il senso di “afferrare con intento malvagio”, “sorprendere” (Giovanni 12:35; 1 Tessalonicesi 5:4; Marco 9:18), “sopprimere” (Lunge), “vincere” (Westcott e Moulton); e un bel senso emergerebbe da questo passaggio se significasse che, mentre la luce splendeva nelle tenebre, non le disperdeva, ma, d’altra parte, nemmeno le tenebre sopprimevano o assorbivano e neutralizzavano la luce. Certamente le tenebre furono disastrose, tragiche, prolungate, ma non trionfanti, anche nei momenti più cupi del periodo pre-incarnazione, anche nell’ora più buia e nel luogo della persecuzione selvaggia, anche nel tempo dell’oltraggio, dell’impenetrabilità superstiziosa o del crollo morale. Ci sono però due classi di difficoltà in questa interpretazione.

(1) Καταλαμβάνω è nella LXX. usato per תִִשיב, לָכַר, e מָצָא, e in molti luoghi del Nuovo Testamento ha il suo senso classico ordinario, “afferrare”, “apprezzare”, “comprendere”, “capire”, “venire a conoscenza”, intelligo, e cognosco (Efesini 3:18), sebbene in quest’ultimo senso sia usato per lo più alla voce media.
(2) Quando l’apostolo, in modo più dettagliato e con riferimento più immediato alle singole illustrazioni che dà del rapporto delle tenebre con la luce, dice nei vers. 10, 11, Ὁ κόσμος αὐτὸν οὐκ ἔγνω, e Οἱ ἴδιοι αὐτὸν οὐ παρέλαβον; sebbene siano usate parole leggermente diverse, tuttavia il ritorno sul pensiero in queste frasi parallele è troppo ovvio per essere trascurato. La non suscettibilità delle tenebre, la resistenza positiva che esse oppongono all’azione della luce, trova la sua più forte illustrazione nelle regioni più definite e nella sfera più ristretta della venuta del Logos nel mondo, e nella sua speciale missione al suo popolo. In questa visione Alford, Bengel, Schaff, Godet, Luthardt, Tholuck, Meyer, Ewald, coincidono, sebbene il suggerimento di Origene e Crisostomo, e negli anni successivi di Schulthess, Westcott, ecc. Si afferma il fatto ampio e generale, senza escludere le eccezioni sulle quali l’evangelista stesso si allarga in seguito. Se le tenebre avessero “afferrato” la luce, non sarebbero più tenebre. Il fatto malinconico è che la corruzione nel mondo è stata, per la maggior parte, impermeabile alla luce sia della natura, sia della vita, sia della coscienza, sia persino della rivelazione. Da qui, dice Bengel, “l’occasione dell’incarnazione”. Questa è un’esagerazione, perché tutta la storia del Verbo incarnato è una storia continua della resistenza delle tenebre alla luce.
Commenti paralleli …

Lexicon

The
τὸ (to)
Articolo – Nominativo Neuter Singolare
Strong’s Greek 3588: The, l’articolo definito. Compreso il femminile he, e il neutro to in tutte le loro inflessioni; l’articolo definito; the.
Light
φῶς (phōs)
Noun – Nominative Neuter Singular
Strong’s Greek 5457: Light, a source of light, radiance. Da un obsoleto phao; luminosità.
brilla
φαίνει (phainei)
Verbo – Presente Indicativo Attivo – 3a Persona Singolare
Strong’s Greek 5316: Prolungamento per la base di phos; alleggerire, cioè mostrare.
in
ἐν (en)
Preposizione
Greco Forte 1722: In, on, among. Una preposizione primaria che denota posizione e strumentalità, cioè una relazione di riposo; ‘in, ‘ at, on, by, etc.
the
τῇ (tē)
Articolo – Dativo Femminile Singolare
Strong’s Greek 3588: The, l’articolo definito. Compreso il femminile he, e il neutro to in tutte le loro inflessioni; l’articolo definito; the.
darkness,
σκοτίᾳ (skotia)
Noun – Dative Feminine Singular
Strong’s Greek 4653: Darkness; fig: spiritual darkness. Da skotos; penombra, oscurità.
e
καὶ (kai)
Congiunzione
Greco Forte 2532: E, anche, anche, cioè.
the
ἡ (hē)
Articolo – Nominativo Femminile Singolare
Greco Forte 3588: The, l’articolo definito. Compreso il femminile he, e il neutro to in tutte le loro inflessioni; l’articolo determinativo; the.
darkness
σκοτία (skotia)
Noun – Nominative Feminine Singular
Strong’s Greek 4653: Darkness; fig: spiritual darkness. Da skotos; penombra, oscurità.
{has} non
οὐ (ou)
avverbio
Greco forte 3756: No, non. Anche ouk, e ouch una parola primaria; l’avverbio negativo assoluto; no o non.
superare
κατέλαβεν (katelaben)
Verbo – Attivo Indicativo Aoristo – 3a Persona Singolare
Greco di Strong 2638: Da kata e lambano; prendere avidamente, cioè prendere, possedere, ecc.e. Afferrare, possedere, ecc.
it.
αὐτὸ (auto)
Pronome personale / possessivo – Accusativo neutro 3a persona singolare
Strong’s Greek 846: He, she, it, they, them, same. Dalla particella au; il pronome riflessivo sé, usato della terza persona, e delle altre persone.

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